1.4 Dalla Storia al racconto delle storie: la dimensione narrativa

Il pensiero postmoderno, così come è stato teorizzato da Lyotard, apre la strada ad una critica su tutti gli aspetti della modernità, dalla filosofia alla storia, dalla scienza alla politica. Il bersaglio fondamentale di tale critica è la concezione universalizzante e totalizzante del reale che l’Occidente ha sviluppato nel corso della sua storia, ben prima della modernità, a partire dalle origini della filosofia occidentale. Nell’epoca contemporanea sono molti i segni di ribellione verso tale tradizione filosofica, che si può far risalire idealmente a Platone e ai greci. La metafisica tradizionale non sembra più in grado di rispondere alle sfide poste al pensiero contemporaneo dalla realtà attuale, sfide che rendono sempre più ardua la categorizzazione mediante concetti universali. Il punto di vista universale e insindacabile dell’uomo maschio-bianco-ricco e occidentale è da tempo entrato in crisi. Nuovi soggetti hanno preso la parola, nuove voci hanno iniziato a raccontare le loro storie.

Come abbiamo suggerito nel titolo, tale passaggio epocale può essere riassunto come un passaggio dall’Universale al particolare, dal racconto della Storia al racconto delle storie. Ci sono molti modi di leggere questo passaggio e di affrontare i cambiamenti che si sono verificati nel discorso filosofico attuale. Sulla scia di Lyotard, abbiamo scelto di concentrare l’attenzione sulla dimensione narrativa, esplorando le potenzialità del racconto e della narrazione come strumenti di rottura del pensiero totalizzante occidentale. A riguardo Adriana Cavarero traccia una distinzione importante tra filosofia – intesa come tradizione filosofica occidentale – e narrazione: il registro discorsivo della filosofia ha la forma di un sapere definitorio che riguarda l’universalità dell’Uomo; il registro della narrazione, invece, prende le sembianze di un sapere biografico che si concentra sull’identità irripetibile di un essere.  La differenza, dunque, sta nell’interesse verso l’Uomo inteso in senso generale o verso l’individuo considerato nella sua unicità.

Cavarero prende a immagine del discorso filosofico la storia di Edipo e del suo tragico errore. Alla Sfinge, che gli domandava quale fosse l’animale che cammina prima con quattro gambe, poi con due ed infine con tre, Edipo ha risposto: “l’Uomo”. Risolvendo l’enigma, egli ha liberato Tebe: il mostro si arrende, il trono e la regina Giocasta sono ormai ai suoi piedi. Eppure, fu proprio questa risposta a condurlo alla distruzione, all’errore fatale: Edipo fu colui che uccise suo padre e sposò sua madre perché ignorò la sua vera identità, rifugiandosi nell’idea universale di Uomo.

 "Nell’Uomo sta il vero marchio del mostro, come Edipo ha avuto modo di imparare. L’Uomo, appunto: un universale che è tutti proprio perché non è nessuno; che si disincarna dalla viva singolarità di ognuno, pretendendo di sostanziarla; che è allo stesso tempo maschile e neutro, un’ibrida creatura generata dal pensiero, un universale fantastico prodotto dalla mente; che è invisibile e intangibile, pur dichiarandosi il solo dicibile dal discorso vero; che vive nella sua assolutezza noetica, pur non lasciandosi dietro alcuna storia di vita; che ingombra il linguaggio da millenni con tutta la filosofica progenie della sua astratta concezione".

Edipo si riconosce nella definizione di Uomo proprio perché egli non sa chi è: non conosce la propria origine, non sa la storia della propria unicità. L’universale copre il particolare, e il risultato non può che essere tragico. Seguendo Cavarero, torneremo su Edipo più avanti, per dimostrare come egli abbia sbagliato non una, ma ben due volte.

Spetta dunque alla narrazione il compito di ridare voce all’unicità, alla particolarità di ogni singolo individuo. Il discorso narrativo, d’altronde, rappresenta una modalità innata dell’essere umano: tutti abbiamo bisogno di raccontare, tutti abbiamo il desiderio di ascoltare delle storie o di raccontare la nostra storia. È tramite le storie che si forma la memoria collettiva e individuale, sia che si tratti di “grandi storie” (come le metanarrazioni legittimanti di Lyotard) sia che si tratti di “piccole storie”. Ai bambini si raccontano le favole; i libri ed i film ci raccontano delle storie; tra amici ci si racconta di continuo: gran parte della nostra vita quotidiana, insomma, gira intorno alla narrazione di fatti, persone e sentimenti. Tutti i popoli hanno le loro storie ed i loro miti: non si conosce popolo che non abbia storie da raccontare, punti di vista da cui osservare la realtà e interpretarla in uno dei suoi molteplici aspetti. Come ha scritto Paul Ricoeur, “non sappiamo cosa sarebbe una cultura nella quale non si sappia più che cosa significhi raccontare.

In diversi contesti disciplinari, la dimensione narrativa ha assunto un ruolo che va ben oltre il campo umanistico-letterario: sono sempre più numerosi, infatti, gli studiosi che vedono nell’attitudine narrativa caratteristica dell’essere umano l’elemento centrale per la comprensione e l’interpretazione del reale. Da questo punto di vista, sembra che sia proprio la nostra capacità di raccontare e di comprendere i racconti a filtrare gran parte delle nostre esperienze del e nel mondo. Come fa notare Gianfranco Marrone, sono molte le discipline che stanno dedicando la loro attenzione alla narrazione e ai modelli narrativi: dalla semiotica all’antropologia, dalla sociologia alla psicologia, dalla filosofia alle scienze cognitive. In questi come in altri assetti disciplinari “torna sempre più spesso l’idea che la narrazione sia un modo basilare per dare forma all’esperienza – intra-psichica, inter-personale, micro e macro-sociale, vissuta fenomenologicamente e filtrata culturalmente”.

"Nel variegato campo delle scienze dell’uomo appare ormai evidente come la narrazione non sia affatto una pratica e un insieme di contenuti inerenti esclusivamente la sfera letteraria, immaginativa e finzionale; ma come anzi essa sia da considerare come un fenomeno supposto universale dotato di logiche proprie che producono e al tempo stesso articolano il senso umano e sociale, dando una forma, dunque consistenza e valore, all’esperienza collettiva e individuale, più o meno codificata, più o meno istituzionale".

La pervasività dell’elemento narrativo sembra dunque essere una proprietà fondamentale del genere umano: non vi è argomento, esperienza o sentimento che non venga elaborato in chiave narrativa, quantomeno nella forma dell’autonarrazione spontanea della propria memoria. In questo senso, le forme narrative possono essere considerate come la fonte e lo scopo sia dell’agire individuale che di quello collettivo, e quindi come l’espressione generale dell’esperienza e il motore semantico di ogni trasformazione sociale. In quanto inter-azioni, infatti, le pratiche narrative contribuiscono da un lato a riprodurre, rinsaldare o trasformare i legami sociali, e dall’altro a costruire interpretazioni condivise del reale. Il ruolo di tali pratiche nella costruzione sociale della realtà è evidente: la loro prestazione specifica nell’ambito di questo processo è quella di “fornire, diffondere e preservare dei modi di selezionare e di connettere tra loro gli elementi della nostra realtà”.

Come ci suggerisce Paul Ricoeur, il racconto è anche ciò che media la nostra esperienza del tempo, un’esperienza altrimenti incomprensibile e incommensurabile. Gli intrighi inventati dall’uomo possono essere visti come il mezzo privilegiato grazie al quale gli esseri umani ri-configurano la loro esperienza temporale, che tipicamente è “confusa, informe e, al limite, muta”. “Cos’è dunque il tempo? – si domanda Agostino – Se nessuno mi interroga, lo so; se volessi spiegarlo a chi mi interroga non lo so”. Secondo Ricoeur, è grazie alla capacità del racconto di ri-figurare questa esperienza temporale che l’uomo riesce ad affrontare l’aporia del tempo, così chiaramente espressa da Sant’Agostino. L’ipotesi fondamentale di Ricoeur è che esista tra l’attività di raccontare una storia e il carattere temporale dell’esperienza umana una correlazione che presenta una forma di necessità transculturale: tutti gli uomini utilizzano il dispositivo narrativo per dare un senso all’esistenza e allo scorrere del tempo; senza la narrazione, il succedersi degli eventi nel tempo storico risulterebbe incomprensibile. Come suggerisce anche Hannah Arendt, la narrazione “rivela il significato di ciò che altrimenti rimarrebbe una sequenza intollerabile di eventi”. Per dirla con le parole di Paul Ricoeur, “il tempo diviene tempo umano nella misura in cui viene espresso secondo un modulo narrativo, e il racconto raggiunge la sua piena significazione quando diventa una condizione dell’esistenza temporale.

Con un ulteriore passaggio, Ricoeur arriva ad affermare l’esistenza di un legame indiretto, di natura analogica, tra la storiografia e la competenza narrativa. Il fatto interessante è che qui Ricoeur sta parlando di storia in senso storiografico, ossia della storia che si legge sui libri e che si studia a scuola. Diremmo della storia con la “S” maiuscola, se non fosse che in realtà ci sono molte storie diverse anche in senso storiografico, come vedremo più avanti con lo storico indiano Chakrabarty. La tesi di fondo di Ricoeur è che la storia, anche la più lontana dalla forma narrativa, continua ad essere legata alla comprensione narrativa mediante un legame di derivazione. Dice in proposito:

 ”[…] se la storia rompesse ogni rapporto con la capacità di base che noi abbiamo nel seguire una storia e con le operazioni conoscitive della comprensione narrativa, […] essa perderebbe il proprio carattere distintivo all’interno delle scienze sociali: non sarebbe più storica. […] La mia tesi si basa sull’assunzione di un legame indiretto di derivazione [tra storia e racconto], grazie al quale il sapere storico procede dalla comprensione narrativa senza perder nulla della sua ambizione scientifica”.

A questo punto la “scelta” risulta fatta: abbiamo dato la nostra fiducia alla narrazione, a discapito del discorso filosofico universalizzante. Tramite la narrazione vengono alla ribalta nuove storie e nuovi protagonisti, gli esclusi di ieri e quelli di oggi. Il risultato è una pluralità di storie e di voci, un mosaico postmoderno in cui le storie di vita prendono il sopravvento. Come ci suggeriscono Hannah Arendt e Adriana Cavarero quasi all’unisono:

"il mondo ‘è pieno di storie, circostanze, situazione curiose che aspettano solo di essere raccontat’. Più precisamente, […] il mondo è pieno di storie perché è pieno di vite: essere ligi alla storia ‘significa essere ligi alla vita’”.